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LUISA
CAERONI
L'URLO
DELLA FARFALLA
I
Un
uomo e una donna con un neonato in una cesta suonarono alla
porta del convento sotto un androne del borgo medioevale nella
parte bassa della Città. Si aperse una finestrella
e alla conventuale apparsa, l’uomo chiese di poter incontrare
suor Antonina, sua zia. L’uscio dell’antico e
silente monastero si schiuse e una monaca, dall’aria
stanca e dalla schiena ricurva, li fece entrare.
“Accomodatevi, vado a cercarla”
L’uomo appoggiò su di una sedia il canestro con
il bambino e si sedette con sussiego nel parlatorio, aspettando
l’arrivo della zia suora. La donna restò in piedi
per meglio controllare i movimenti del figlio.
Suor Antonina apparve come sputata da un portello, si avvicinò
con le braccia protese verso i nipoti ed espresse, con molte
parole, la grande gioia per l’improvvisata. La monaca
era corpulenta e il viso rotondo, arrossato dall’emozione,
faceva pensare ad una bella mela matura. Nell’insieme
ispirava bonarietà e simpatia. Dopo alcuni momenti
di convenevoli e richieste d’informazioni sui vari parenti,
manifestò la volontà di presentare loro la madre
superiora. I due coniugi annuirono e la suora si allontanò
con fanciullesco entusiasmo alla ricerca della direttrice
dell’istituto.
La nipote l’osservò uscire con la gonna ondeggiante,
piegata come il tendone di un sipario e provò un senso
di tenerezza verso questa zia rimasta bambina nell’animo;
quindi si avvicinò all’unica finestra della sala
d’aspetto, che si affacciava sul cortile interno, esaminando
la struttura del chiostro. Un colonnato con arcate a tutto
sesto reggeva il primo ed unico piano dove sfilavano, oscurate
da tende nere, tristi finestre. All’improvviso, da una
vano sotto il porticato, spuntò un serpentone bianco
di novizie in doppia fila, che si diresse verso il centro
del cortile. Dopo alcuni secondi, come se qualcuno avesse
impartito l’ordine di rompere le righe, vide le postulanti
sparpagliarsi qua e là e mettersi a giocare con una
palla uscita da chissà dove. Spogliate della loro compunta
veste d’aspiranti suore, si scatenarono come tante ragazzine
a cui si offre raramente la possibilità di svagarsi.
Era l’ora della ricreazione e cercavano di sfruttarla
al meglio. Urlavano anche.
“Passa la palla!”
“La palla a me!”.
Non erano sguaiate, ma la coreografia oltremodo movimentata
di quelle giovani spiegava il loro bisogno di liberarsi da
molti condizionamenti. La madre maestra le teneva d’occhio
a distanza, con aria regale ed eterea, con un abbozzo di sorriso
che, se non fosse stato per i suoi lineamenti duri, poteva
definirsi angelico. Denise osservava le converse senza nulla
invidiare alla loro vita, anzi si chiedeva il perchè
di quella segregazione. La personalità di ciascun uomo
è di conclamata originalità, ma la scelta di
chiudersi in un monastero le sembrava un’eterodossia.
Non può che essere un’adolescenziale impennata,
pensava, o la paura del mondo, o un accontentarsi che altri
gestiscano la tua vita, oppure l’abbandono di ogni aspirazione
per Dio e per il bene degli altri nell’effimera illusione
di essere assediata solo da celestiali presenze. E’
vero, oggi poche scelgono per questa vita, ma alcune sì,
e solo Dio sa di quante di queste spose farebbe volentieri
a meno. Seguendo questo itinerario elettivo, Denise s’interrogava
anche sulla realtà della zia, in quell’ambiente
d’ostentata tranquillità. Quanti sogni si saranno
infranti nelle mani di Dio? Quante frustrazioni avranno trovato
sfogo nelle preghiere e quante nel rancore? E il suo pathos
adolescenziale dove sarà finito? Forse avrà
esplorato l’abisso del niente per risalire in superficie
con l’anima lusingata dai riti.
Una porta si aperse e insieme a madre Antonina comparve una
vecchia monaca con il viso inciso da profonde rughe, ma illuminato
da occhi eloquenti. Da soli descrivevano la bellezza dell’anima.
Suor Antonina presentò la coppia:
“Bruno, figlio di mia sorella e Denise, sua moglie.”
Poi avvicinandosi alla cesta esclamò:
“Ohhh!!! ecco Bibien….. Dorme il piccolo, dorme!”
La Madre superiora si mostrò felice di conoscere i
due sposi e tutti insieme trovarono posto in parlatorio sedendosi
a conversare. La superiora guardò fugacemente il neonato,
poi il suo interloquire si frammentò, come quando ci
si sente un nodo alla gola; i presenti si accorsero che aveva
gli occhi colmi di lacrime. La suora si scusò per l’incipiente
commozione, giustificandola con un ricupero memoriale che
le suscitava ancora forte turbamento. Si mise a raccontare.
“Al termine della guerra, mi trovavo in un istituto
di bambini orfani. La domenica facevamo loro indossare i vestiti
migliori, li pettinavamo con cura e li mettevano a giocare
in un salone. In realtà aprivamo la “mostra”
alle coppie che intendevano adottare un bambino, perché
osservassero i loro comportamenti e scegliessero il preferito.”
Trangugiò prima di continuare.
“C’era fra i piccoli una femminuccia di quattro
anni; gracile e malaticcia, non era ancora in grado di parlare
e spiccava fra gli altri perché la natura non era stata
troppo benevola con lei in quanto a bellezza. Le persone che
visitavano l’orfanotrofio non la prendevano mai in considerazione.
Le suore avevano l’intima convinzione che nessuno l’avrebbe
adottata: le coppie sceglievano sempre quelli di miglior aspetto
e che sembravano in buona salute.”
Fece una breve pausa. Bruno e Denise ascoltavano incuriositi.
“Una domenica mattina entrò nello stanzone una
coppia. La mutina se ne stava sempre appartata in un angolo
senza interesse per quello che succedeva intorno a lei, ma
quella volta, inaspettatamente, con velocità fulminea,
raggiunse la coppia e, rivolta verso la donna, con le manine
alzate, sillabò ripetutamente le sue prime parole:
ma -ma, ma-ma, mamma. La visitatrice la guardò stupita,
s’inchinò per osservarla meglio, mentre la bimba
continuava a ripetere mamma, mamma sfiorandole le guance con
le nocche delle dita della mano destra. L’aspirante
madre le accarezzò i capelli; poi, resasi conto di
non dover più scegliere, l’abbracciò stringendola
forte.
Bruno e Denise furono toccati dal racconto e compresero il
riferimento a Bibien. Dove la natura manca, sopravviene altro:
la Provvidenza, per chi ci crede, la Fortuna, o chissà
cos’altro. Certo gli eventi della vita non si possono
prevedere e neppure esistono parametri per misurare il valore
di un essere umano. Persone apparentemente insignificanti,
per coincidenze favorevoli, viaggiano sulla strada del successo;
altre, che raccolgono in sé varie virtù fisiche
ed intellettive, per lo scarso spessore realistico o per la
loro inquietante sensibilità, liberamente, cadono nel
nulla giorno dopo giorno.
II
De
Marchi si affacciò alla porta e Denise lo invitò
ad entrare dicendogli:
“Guarda come sarà il mio bambino.”
L’uomo si avvicinò osservando con simulato interesse
la cartolina che la collega gli stava mostrando.
“Carinoooo!” rispose “andiamo a prenderci
un caffè!”
La sua interlocutrice non si mosse e seguitò a rigirare
fra mani il piccolo cartoncino illustrato con un bimbetto
dai capelli biondi e gli occhi chiari. Lo infilò sotto
il cristallo della scrivania e continuò ad ammirarlo
appoggiata con i gomiti allargati ed il corpo quasi carponi,
noncurante della posizione poco ortodossa assunta nell’ambiente
di lavoro.
Entrò anche Nora:
“Caffè, caffè, sbrigatevi sono in crisi
ipoglicemica”.
“Si, sì, eccomi. Guarda un po’ Nora come
sarà Bibien”.
Nora allungò il capo sopra il vetro e, vedendosi riflessa,
si sistemò un ciuffo fuori posto, poi osservando la
cartolina sussurrò senza enfasi:
“Bellissimo, biondo come te. Andiamo.”
“Si, ma devo stare attenta ai caffè, non vorrei
che mio figlio nascesse agitato.”
“Se deve assomigliare a Bruno, un po’ più
dinamico di te lo sarà certamente.” rispose la
collega.
“Dinamico o esagitato? non sarebbe lo stesso.”
Terminato il break rientrarono nelle rispettive stranze, ma
Denise non seppe riprendere le sue mansioni. Puntando gli
occhi sulla cartolina continuò a fantasticare.
Le sensazioni delle donne nel periodo di gravidanza sono frammiste
a speranza, intuizione, desideri, incertezze. L’attesa
normalmente è la sovrapposizione di un futuro virtuale
al vuoto del presente, ma l’attesa di una nascita per
una gestante è, forse inconsapevolmente, come la gestione
temporale di un potere del grande demiurgo. Lei attendeva
questo figlio con gioia e spensieratezza, sarebbe stato il
grande evento della sua vita. Amava i bambini, ne avrebbe
voluti almeno tre, presumendo di poter essere una mamma perfetta.
III
“Presto,
presto, svegliati” sussurrò Denise al marito
ancora addormentato quando sentì colare lungo le cosce
un liquido tiepido. “presto, andiamo in ospedale, oggi
nascerà nostro figlio”.
L’alba principiava ad annunciare fra le tende l’arrivo
del mattino e la coppia, col cuore in gola, scese dal letto
per prepararsi al grande giorno. Fuori diluviava, il colore
del cielo pareva più di un oscuro tramonto che di una
mattina di tarda primavera. ‘Che importa, mamma bagnata,
mamma fortunata,’ si consolava Denise aggiungendo al
bagaglio anche l’impermeabile. Si sentiva favorita dagli
eventi senza ombra di dubbio.
Raggiunto l’ospedale, i primi dolori tolsero il sorriso
alla partoriente e ben presto anche la calma. Ad intervalli
sempre più ravvicinati, rugghiati da macello turbarono
la serenità della corsia, finché il ginecologo
decise di portarla in sala operatoria per il cesareo.
A mezzogiorno Bibien si affacciò alla vita.
Per alcune ore Denise vagò sognante nello spazio dell’anestesia.
La camera che la ospitava era immersa in un atmosfera claustrale.
I vetri opacizzati delle finestre lasciavano entrare una luce
ferrigna, propria delle giornate piovose. Le degenti stavano
sdraiate nel letto in assoluto silenzio contemplando il soffitto
che, come un bianco telone, riproponeva scompaginate immagini
del loro vissuto.
Nel tardo pomeriggio alcuni visitatori ruppero il silenzio
e si avvicinarono chi all’uno chi all’altro letto,
ma i più, e quel giorno furono molti, circondarono
la degente numero cinque, scambiandosi sommessi saluti. Il
brusio attorno al letto svegliò Denise che, ricostruendo
lentamente la situazione, rammentò i momenti delle
doglie. Chiese a sua sorella Geraldine
“Ho già partorito o deve ancora nascere?”
“Hai già partorito.”
Gioì e ripeté più volte con la mente,
Bibien, Bibien.
“E’ bello il mio bambino?” fu la domanda
successiva.
”E’ bello, assomiglia a te,” sussurrò
Nora, che stava con gli altri in piedi accanto al letto. C’era
molte altre persone intorno. Bruno usciva ed entrava dalla
stanza con la sua connaturata inquietudine, si allontanava
in continuazione per fumare. Denise ad un tratto gli strinse
la mano e gli sorrise felice. Lo trattenne un po’ vicino
al letto:
“E’ chiaro o scuro di capelli?” chiese,
forse per poter abbinare l’aspetto a uno di loro due.
“E’ pelato” rispose il marito .
“Si? pelato? I pelati sono intelligenti!”
Le brillò lo sguardo per un attimo, poi, approfittando
del silenzio di tutti, richiuse gli occhi e riattaccò
a sognare.
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